L'Associazione Giuliana Ukmar è ACCREDITATA presso la PAT
con determina n° 115 del 13.07.2007, relativamente all'ambito disciplinare
"DIDATTICA E METODOLOGIE, HANDICAP E SVANTAGGIO
Maria
Silvia Nones Rapizza nasce a Clesil
25 dicembre 1915, quando il Trentino era Tirolo . Studia a Innsbruck
presso il liceo scientifico ma, causa la guerra, è costretta a
conseguire il diploma magistrale
per poter insegnare.
Si
iscrive poi alla facoltà di magistero presso l’università di Genova,
ma non termina gli studi poiché preferisce iscriversi a Ortofonia: una
specializzazione della facoltà di medicina
in cui consegue il diploma.
La sua
attività didattica, sempre sorretta da uno spirito pionieristico nella
sperimentazione, ha sortito risultati sorprendenti nel recupero dei
bambini in difficoltà o affetti da handicap grave.
La dott.sa Maria
Perina Neri assieme al suo gruppo di studio, ha reperito e studiato una
parte del vastissimo materiale documentale che
la Rapizza
ha lasciato, in particolare 36
videocassette su più di cento trovate e materiale cartaceo di supporto.
Il materiale video non si configura come sussidio agli educatori, ma
risulta essere un prezioso archivio di tutti i percorsi da lei
sperimentati e quindi necessita di essere studiato e interpretato con
molta attenzione, tanto che si può affermare che vi è ancora molto da
scoprire di quel fenomenale bagaglio di “saperi” che
la Nostraha lasciato, saperi dalla
straordinaria valenza pedagogica e dalla sorprendente attualità
neuroscientifica, per percorsi di apprendimento relativi ad ogni fascia
di scolarita`.
NONES RAPIZZA Maria Silvia
Diploma di benemerenza di prima classe per l'istruzione elementare e materna
Insegnante elementare
Data del conferimento: 22/10/1984 motivazione: Per l'opera particolarmente zelante ed efficace svolta a favore dell'istruzione elementare e dell'educazione infantile.
Anno scolastico 1983/84 - Trento
Riportiamo
un appunto della Rapizza in data18 febbraio 1972 che sintetizza
magistralmente il suo pensiero metodologico:
“Il lavoro dell’insegnante deve far
leva sulla sua competenza professionale, su una comunicazione creativa e
sul senso dell’umana. Intelligenza quindi e sentimento: un tutto
calibrato e libera da qualsiasi emotività. E’ l’emotività un
ingrediente fastidioso e dannoso, che gonfia le situazioni sia di speranze
sia di delusioni, controproducenti per un mirato rapporto professionale ed
umano. Davanti ad un soggetto in difficoltà di apprendimento,
l’insegnate deve saper cogliere nel tempo la situazione, “quella
situazione di quel soggetto”. Deve saper cogliere cioè la realtà
situazionale. Non illusorie esaltazioni, non rinunce per fatalità. “io
ti do quello che tu vuoi; ti do nella tua misura, per quello che tu sei in
questo momento, perché, nel nostro rapporto, tu sia felice!”
L’ insegnante Giovanna Tranquillini
ricorda Maria Silvia Nones (periodo
dopo l’8 settembre 1943)
Alla fine dell’estate di
quell’anno per le strade di Mori si era soliti incontrare qualche
pattuglia di soldati tedeschi armati. Essi erano di stanza a Mori
sull’ex piazzale della fiera, in via Terranera, nel palazzo Salvadori
in via Teatro e nelle scuole elementari. Eravamo abituati a vederli
nelle nostre strade, dove eseguivano anche esercitazioni militari.
La mattina dell’otto settembre 1943, però
mi ricordo benissimo, che incontrai in via Gustavo Modena una pattuglia
di soldati tedeschi armati e al mio passaggio si fermarono, mi
squadrarono per bene con fare sospettoso; io mi sentii in difficoltà,
incapace di interpretare questo loro mutato atteggiamento nei nostri
confronti. Solo la sera si seppe dell’armistizio tra l’Italia e la
coalizione americana inglese e russa, per il quale da alleati diventammo
loro nemici.
Il giorno seguente apprendemmo quanto era
accaduto la notte e accadeva ancora: assalto alle caserme italiane, i
nostri soldati fatti prigionieri, rinchiusi in un primo momento in
campi di raccolta provvisori, poi avviati nei campi di concentramento in
Germania.
Il giorno seguente un’insegnante di Mori, la
signorina Maria Silvia Nones di Tierno ebbe un’idea veramente ardita;
chiamò a raccolta un gruppo di ragazze dagli undici ai diciassette anni
(fra queste c’ero anch’io) e le informò della situazione: i soldati
italiani fatti prigionieri dai tedeschi, venivano deportati in Germania
su treni merci o del bestiame, che transitavano per Mori Stazione. Noi
dovevamo quindi aiutarli. Si decise subito che era necessario portare a
questi amati e poveri soldati prigionieri da mangiare e soprattutto
farsi dare gli indirizzi delle loro famiglie per informarle della futura
destinazione e prigionia in terra germanica.
La mattina dopo il punto di ritrovo fu a
Molina: otto coraggiose ragazze armate di cesti pieni di panini
imbottiti, carte e matite, marciavamo verso Mori Stazione accompagnate
dalla signorina Nones, che nel frattempo si era messa in contatto con il
comando tedesco locale e favorita dalla perfetta conoscenza della lingua
tedesca, perché figlia di mamma tedesca, aveva ottenuto il permesso di
fermata dei treni con trasporto prigionieri a Mori Stazione. E quindi
ecco il nostro intervento. Mano a mano che arrivavano sferragliando alla
stazione i convogli dei prigionieri noi si saliva sul treno in due per
vagone, distribuivano i panini e da bere e senza farci vedere dalle
guardie, consegnavamo ai prigionieri carta e matita per scrivere gli
indirizzi delle famiglie. Si parlava un po’ con loro, si cercava di
far loro coraggio, si raccoglievano gli indirizzi. Si scendeva dai
vagoni e si attendeva il treno successivo. Dopo due o tre treni si
ritornava a casa, perché eravamo sostituite da un secondo e poi da un
terzo gruppo di altre ragazze. La signorina Nones era sempre lì
ad accompagnare e a dirigere il servizio.
Nel pomeriggio ci si riuniva in una casa o
nell’altra e si scriveva “la triste comunicazione” alle famiglie
dei prigionieri. La signorina Nones poi raccoglieva le lettere e le
spediva. E così si fece per diversi giorni.
Un mattino però, mentre eravamo ancora sui
vagoni a fare il nostro servizio di distribuzione e di raccolta, il
treno si mise inaspettatamente in movimento: prendemmo una grande paura,
ma con le nostre grida e l’intervento immediato della signorina Nones
il treno fu subito fermato e noi potemmo scendemmo impaurite e tremanti.
Il grande spavento però non ci fece
sospendere il nostro rischioso lavoro, ma puntuali ogni mattina eravamo
lì ad attendere quei treni di prigionieri in transito.
Quante sofferenze! Noi ci facevamo coraggio,
ci sostenevamo a vicenda, ma le scene di dolore, di disperazione, di
richiesta di aiuto erano tante davanti ai nostri occhi e dentro il
nostro cuore. Nello stesso tempo le dimostrazioni di riconoscenza per
quanto facevamo, le esclamazioni di lode, ripagavano il nostro ardire,
sostenute da forti ideali e convinzioni. Tutto ciò è ancora davanti ai
miei occhi e scolpito nel profondo di me stessa.
Qualche soldato riuscì a scendere dal treno,
scappare e dileguarsi subito verso i paesi vicini e chiedere aiuto alle
famiglie. Ricordo che a casa mia bussarono diversi soldati bisognosi di
tutto. Si dava ospitalità per più giorni e più notti. Subito si
offriva da mangiare, si sostituiva la divisa militare con vestiti da
lavoro e quando si sentivano pronti fisicamente e mentalmente, si
accompagnavano con una zappa sulle spalle, come semplici contadini, per
non destar sospetti, fino dopo la Montecatini. Da lì poi , presa
conoscenza di itinerari sicuri prendevano i sentieri dei boschi e via
verso i loro paesi e le loro famiglie. Noi si ritornava a casa con la
zappa, soddisfatti di essere stati loro di aiuto.
Analogo servizio umanitario lo ricordo in casa
mia nei confronti di quei soldati che avevano optato per la repubblica
di Salò. Giravano affamati anche per le strade di Mori. Ricordo davanti
a me la lunga tavola di casa mia con attorno anche 18 soldati davanti ai
loro piatti di polenta fumante accompagnata da carne e formaggi, il
tutto rallegrato da un buon vino rosso. Certi hanno trovato ospitalità
per più giorni. Dopo anni che era finita la guerra, c’è stato chi è
tornato a ringraziare con la sua nuova famiglia portandoci anche dei
doni, orgoglio delle loro terre di origine.